Sto leggendo “Perseverare è umano” di Pietro Trabucchi, psicologo che si studia il tema della motivazione nelle discipline di resistenza.

Nel libro, attraverso avvincenti racconti di prestazioni straordinarie di gare ultra trail, Trabucchi spiega le logiche della motivazione.

Dal mio punti di vista, smonta tre grandi miti dello sport:

1. Il talento: le grandi prestazioni non dipendono tanto dal talento (inteso come predisposizione genetica), ma soprattutto dalla perseveranza nell’allenamento (in particolare fuori dall’area di comfort).

2. Gli incentivi esterni (“bastone e carota”): il bastone è la disciplina imposta dall’esterno; all’inizio può servire, ma porta frutti solo se diventa auto-disciplina, ovvero motivazione interna. La carota sono i riconoscimenti esterni: ma il miglior premio è sempre la soddisfazione dei propri risultati; gli eventuali riconoscimenti ricordano solo l’orgoglio del risultato raggiunto.

3. I motivatori esterni non esistono; un allenatore deve solo mantenere alta la motivazione interna già presente nell’atlleta (ma con comportamenti sbagliati può facilmente smontarla!).

Inoltre definisce il concetto di desiderio attivo che si può esprimere con il motto “porsi un obiettivo e perseguirlo con disciplina”.

La motivazione e la conseguente disciplina si basa su due aspetti:
Senso di auto efficacia: convinzione di poter raggiungere un obiettivo, affrontando le fatiche necessarie;
Capacità volizionali: disponibilità ad affrontare la fatica necessaria a raggiungere un obiettivo..

(la lettura continua…)

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