I triatleti amano tutte le prove di resistenza… e che cos’è la maratona, se non la regina delle prove di endurance?

Andrea Turchi ci regala il racconto del suo esordio, con l’alternanza di emozioni e sentimenti, sempre sostenuto dalla forza di volontà di raggiungere il traguardo.


 

La mia prima maratona – di Andrea Turchi

Rimini, 26 aprile 2015: dormo 2 ore in tutta la notte, mi metto in piedi alle 6:15, faccio colazione con un novellino come me, ed un veterano (120 maratone all’attivo).

Parlare con loro mi mette di buon umore, mi preparo, sono in strada alle 7:20. Aspetto il pullman, ma niente, non passano… così mi incammino.

Lascio la borsa, mi preparo, tubo Enervit in una tasca, pettorale e son pronto.

Provo un po’ di riscaldamento, male al ginocchio, ho una fifa tremenda di non farcela, di farmi male, di buttare al vento questi 4 mesi di preparazione. Mi chiamano Mr. Ansia.

Mi guardo intorno, c’è un frate che corre col saio, pettorale e Nike ai piedi. Saluto Sara che mi incita come solo Obi Wan Kenobi saprebbe fare.

Ore 9.00: Si parte. Davanti ci sono i ragazzi che spingono le carrozzine, gtandi, io tengo il mio passo, 5.10, 5.30.

Sono lento ma supero un po’ di gente. Passano i km e si crea un po’ di selezione; buffo correre guardando l’Adriatico e questa distesa interminabile di bagni senza nome, ma solo numeri.

Dopo 10 minuti, il Ginocchio si zittisce. Il cielo è velato e si sta bene, temperatura giusta per correre.

Fino a Bellaria, strada sempre dritta, infinitamente dritta, ostinatamente dritta, attraversiamo piccoli centri dove c’è molta attenzione da parte delle persone, ci salutano anche gli anziani; fa piacere.

I bimbi ci danno i cinque. Al 15 km, cominciano le prime chiacchiere con gli altri corridori: è buffo perché si innesca una certa complicità nella sofferenza, battute e chiacchiere en passant, con persone che hanno lo stesso tuo passo e mai rivedrai.

Cerco queste cose. Attraversiamo altri centri abitati, passando davanti ad una R.S.A. ci offrono acqua anche ragazzi disabili, uno col casco in testa, per evitare i traumi degli attacchi epilettici.

Dopo il 20 km mi passa la voglia di correre, mi chiedo cosa ci faccio qui, mi sento solo: dura 5 minuti questa svogliatezza, mi riprendo al ristoro con frutta secca e thè.

Il caldo comincia a farsi sentire, attraversiamo degli scenari desolati, chiese con 2 case intorno, che mi ricordano i film di Don Camillo e Peppone. A Santarcangelo di Romagna saluto Emanuele Berti, e mangio come un bue al ristoro, posizionato al centro della piazza principale del paese.

Continuo. Al 24 km, comincio a correre con i pacer dei 3 ore e 45 min, e ci credo per un po’.

Mentre al 28 km, i pacer mi vanno via, tocca salutarli con la manina, accelerano troppo e rimango dietro, vado in crisi, corro ancora, ma con malumore, pensando di aver fallito.

Vado solo, rallento il mio ritmo tra 6.10 e 6, mi riprendo ma al 32 km, succede una cosa strana: comincio a piangere senza un motivo, non mi vede nessuno, lacrimoni mi attraversano il viso, non riesco a fermarli, forse la stanchezza, l’emozione, un mix di pensieri malinconici mi aggrovigliano il cervello, poi alterno serenità al pianto, e ripiango ancora, mai successo una cosa simile.

Parole con altre persone, incontro Roberto Neri, anni 70, di Lamporecchio (PT) con un buon ritmo, e si prosegue.

Al 36 km, la paura di rimanere senza carburante, mi fa mangiare troppo: vengo via dal ristoro, con acqua, banana, frutta secca, sembro un disperato che non mangia da un mese.

Per tutta la corsa ho avuto paura di rimanere senza acqua, e ne ho bevuta troppa, appesantendomi.

Manca poco, ho rallentato, non ho mai camminato, le gambe si incriccano per 2 km, duro fatica per smuoverle, smuovo le migliori carte nel mio cervello per rivitalizzarle.

Sono al 40 km, ci credo nel finirla, ci credo davvero, ai semafori la gente in macchina invece di essere incazzata dalla fila, mi incita dall’abitacolo.

Sono così stanco, che mi sembra di essere in un film di Fantozzi… Comincio ad accelerare, vado a momenti, accelero e decelero, l’ultimo km è sempre il peggiore.

Entriamo nella piazza, manca veramente poco, tutte le persone ad incitarci, ci sono i miei genitori, non piango stavolta.

Finalmente taglio il traguardo e mi sento San Francesco d’Assisi (anche per la quantità di capelli); oggi sono per l’Amore Cosmico, tra tutti e per tutti.

Che bello: ce l’ho fatta!

Penso a tutti i sacrifici fatti per arrivare fino a qui: mai fatto qualcosa che mi impegnasse per più di una settimana, al marzo terribile dove mi era passata completamente la voglia.

Sono Contento: concludo in 3:51:31 al passo di  5’29″km. Raramente sono fiero delle cose che faccio: oggi lo sono.

Domani, però, sarò il solito acido e cinico toscano.

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