Ironman 70.3 Switzerland – il mio primo Ironman

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Questa è la storia del mio primo Ironman 70.3: oggi, dopo aver tagliato quel traguardo a lungo desiderato, posso finalmente raccontarla ai tanti amici che mi hanno accompagnato in questi mesi di preparazione, e a chi sogna di vivere un giorno questa avventura.

Questo racconto è anche l’occasione per riflettere su ciò che ho imparato da questa esperienza, e condividere qualche consiglio pratico che può essere utile a chi sta preparando il suo esordio.

Domenica 5 giugno 2016 ho partecipato al Ironman 70.3 Switzerland a Rapperswil, sul lago di Zurigo.

Ho scelto questa data e questa località per diversi motivi: è una delle tappe del circuito Ironman più vicine a casa, è in un buon periodo dell’anno (né troppo caldo né troppo freddo) e infine perché amo particolarmente l’ambiente naturale delle Alpi svizzere.

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Mi sono iscritto con molto anticipo, già da Ottobre dell’anno scorso, perché il costo dell’iscrizione (già di per sé abbastanza costosa) aumenta man mano che ci si avvicina alla data: una volta presa la decisione di “imbarcarmi” in questa avventura, era inutile aspettare.

Poche settimane dopo, ho prenotato una bellissima casetta sulle colline, a Wald, pochi chilometri a nord di Rapperswil, che ho condiviso con altri quattro compagni di squadra di CUS Pro Patria Milano Triathlon con cui ho vissuto questi giorni di trasferta.

Condividere con Franco, Fabio, Antonio D.L. e Antonio P. il viaggio, la casa e in generale tutta l’esperienza della gara è stata una bella esperienza: tutti e cinque esordienti sulla distanza del 70.3, abbiamo condiviso le aspettative, le preoccupazioni, le strategie e infine le emozioni.

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La preparazione del mio primo Ironman 70.3 è iniziata ad Ottobre dell’anno scorso: otto mesi nei quali sono stato accompagnato dal coach Gabriele Torcianti e che sono stati per me un percorso di crescita sportiva come non mi era mai successo prima (se vuoi leggere tutti gli articoli ricchi di consigli per chi si prepara al primo 70.3, leggi la sezione Verso Ironman 70.3).

Ai tanti amici che mi hanno chiesto come mi sono preparato, rispondo semplicemente che, secondo me, una gara così non si può preparare da soli: soltanto la competenza di un professionista completo può farti arrivare pronto a questo appuntamento.

Gabriele Torcianti

Gabriele Torcianti

Nei giorni precedenti al “grande giorno”, quando il percorso di preparazione era ormai concluso, ho riflettuto su quanto abbiamo fatto insieme al coach in questi mesi: mi sono reso conto che non abbiamo fatto solo allenamenti, ma abbiamo anche tanto ragionato sull’alimentazione, sulla strategia di gara, sulle attenzioni da porre in ogni gesto, non solo in gara.

E quando finalmente è arrivato il momento della verità, ero consapevole che tutti gli allenamenti fatti, per quanto buoni, erano solo una parte di quello che sarebbe servito: avere cuore e muscoli forti non mi avrebbero garantito di arrivare al traguardo.

Perché in una gara così ci possono essere infiniti imprevisti: guasti meccanici, incidenti, crampi, problemi addominali, crisi energetiche… Ma dentro di me avevo ben chiaro che, se fossi riuscito a rimanere concentrato, avrei trovato il modo di superare ogni imprevisto.

 

Un Ironman è una lezione di vita (anche se è solo 70.3)

Durante le ore di gara mi sono reso conto che questa esperienza mi ha insegnato molto, sia durante la lunga preparazione, sia nel momento della prova in gara.

Ho capito che per affrontare un Ironman devi conoscere te stesso, devi avere capito il tuo potenziale e aver misurato i tuoi limiti.

Un Ironman è una gara di resistenza: ma non va intesa come uno “sforzo cieco”, che si affronta incoscientemente. Al contrario: la mia strategia è stata quella di dosare con precisione le forze; e per farlo, l’unico modo possibile è stato conoscere esattamente il mio potenziale.

Per non finire le forze prima del traguardo, a quale passo avrei dovuto nuotare? Con quale potenza avrei potuto affrontare le salite in bici? A quale frequenza cardiaca avrei dovuto mantenere il cuore durante la corsa?

A queste domande non c’è una risposta giusta e uguale per tutti: ognuno di noi ha un potenziale fisico individuale, diverso per età, per conformazione e per livello di allenamento.

La sensibilità alle mie potenzialità, insieme alla capacità di non farmi trascinare dal coinvolgimento della gara, è stata la chiave per una prestazione molto soddisfacente!

 

Una gara perfetta

Nelle ultime settimane molti amici mi hanno chiesto quale fosse il mio obiettivo: a tutti ho risposto che l’unico obiettivo per questa gara esordio era “finirla bene”, nel senso di “stare bene”, di riuscire a correre (anche piano) fino alla fine, senza problemi e, soprattutto, con il sorriso sulle labbra.

È finita così: che cosa ne pensi, ci sono riuscito? 🙂

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E c’è una buona notizia in più: ho fatto anche un tempo soddisfacente! 5 ore e 36 minuti, decisamente migliore del tempo che avevo stimato (5 ore e 45).

La cosa che mi ha reso più orgoglioso? Essere riuscito a dare il massimo, nei limiti delle mie possibilità: in ogni singola frazione sono riuscito a rispettare perfettamente il passo e i tempi che mi ero prefissato, senza esagerare e senza cali.

È chiaro che, in ogni momento, avrei potuto nuotare, pedalare e correre più veloce di come stavo facendo: ma questa è una gara di resistenza, non di velocità. Spremersi al massimo in una frazione significa compromettere tutto il resto della gara.

In sintesi, l’insegnamento che posso dire di aver imparato da questo Ironman 70.3 è semplice: per finirlo (bene) devi rispettare due regole:

  1. conoscere il tuo potenziale (qual è il passo che puoi permetterti)
  2. rispettarlo (cioè restare sempre concentrato senza farti prendere la mano)

 

Il racconto della gara

Il percorso di Rapperswil si è confermato bellissimo come l’avevo immaginato: il lago di Zurigo è circondato da verdissime colline ricche di pascoli e boschi.

La nuotata nel lago, freddissimo (13,5°C), è stata comunque semplice grazie alle tante boe sempre visibili. L’acqua, appena lasciata la Marina da cui si parte, è trasparente e verdissima.

Il circuito della frazione di ciclismo, che si ripete due volte, ti permette di esplorare tutta la campagna a nord del lago: la prima parte del percorso, pianeggiante, costeggia il lago, per poi salire per circa 500m, iniziando con una ripido strappo, chiamato Witches, dove si incontra un tifo festante e rumoroso.

Il tratto in salita continua, con alternanze di pendenze, per circa 10 km, attraversando boschi e pascoli, paesini e fattorie, fino a scollinare con una serie di lunghe e veloci discese, per tornare sul lungolago.

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Ho affrontato con prudenza e un po’ di timore questa frazione, cruciale per me che non sono un esperto ciclista: dovevo evitare di affaticarmi troppo per non compromettere l’ultima frazione di corsa.

La regola no-draft (cioè scia vietata) mi ha avvantaggiato: non dovendo per forza restare in gruppo, sono stato libero di tenere il mio passo, accettando di essere superato dai ciclisti più forti senza farmi influenzare da questo.

Al termine delle salite del secondo giro, ho sentito che la mia gara era ad una svolta: da qui in avanti, sentivo che sarebbe stata in discesa… e non solo come altimetria.

L’inizio della frazione di corsa è sempre un momento cruciale: lì ti rendi conto se va tutto bene o se sei in difficoltà.

Grazie agli ottimi allenamenti fatti in questi mesi con il coach Gabri, la mia capacità di correre dopo la frazione di ciclismo è nettamente migliorata. Così come negli allenamenti combinati e nelle gare di test fatte nelle settimane scorsa (Andora e Pietra Ligure), anche stavolta l’inizio della corsa mi ha dato subito sensazioni positive e la consapevolezza che stavo bene.

Con questo entusiasmo e leggerezza d’animo, ho affrontato con il sorriso l’ultima frazione: per quanto lunga, questi 21 km sarebbero stati una festa.

Mentre durante la frazione di ciclismo la sensazione che ha dominato la mia mente è stata un po’ di preoccupazione, durante la corsa mi sono sentito molto più leggero e sicuro di me: la corsa è il mio territorio familiare, e superare molti concorrenti che arrancavano in corsa, uno dopo l’altro, mi ha sostenuto e mi ha confermato che di lì a poco avrei conquistato la mia prima medaglia di finisher.

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Rispettando la strategia concordata con il coach, ho mantenuto sotto controllo la frequenza cardiaca: il passo risultante è stato variabile perché il percorso di gara è vario, oltre che molto bello: si attraversa un’area verde lungo la riva del lago, correndo su un facile sterrato; poi si traversa per circa 3 km su una ciclabile lungo la ferrovia, per entrare infine in centro storico, il tratto più affascinante e allo stesso tempo tecnicamente più difficile del percorso.

Nel centro storico di Rapperswil, infatti, una serie di curve secche, il fondo a pavé e soprattutto la famosa scalinata del castello chiamata “Stairway to Heaven”, rendono questo tratto il più lento e faticoso di tutto il percorso.

Questo tratto costituisce l’ultima “minaccia” per le gambe, perché obbliga a sforzi e cambi di ritmo che rischiano di provocare crampi. Ma, una volta superata per la seconda scalinata, ho avuto la certezza che era fatta: tra pochi minuti avrei finalmente visto l’arco del traguardo.

Solo alla fine del secondo giro, quando ho visto il cartello che indicava “dritto per il secondo giro, a sinistra per finish”, le mie emozioni sono esplose: quando ho percorso il tappeto rosso, punteggiato dal logo della “M” di Ironman, avrei voluto che quei pochi secondi non finissero mai. Quante volte lo avevo immaginato, soprattutto nei momenti più duri degli allenamenti, per darmi forza e ricordarmi qual era l’obiettivo finale.

In quei pochi istanti, mentre il pubblico scorreva ai miei fianchi e lo speaker chiamava per nome tutti i finisher, ho alzato le braccia al cielo, ho sorriso, ho chiuso un attimo gli occhi un po’ lucidi.

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Non so per quanto tempo sono stato abbracciato alle transenne, un metro dopo la linea del traguardo, piegato in avanti e incapace di muovermi, non per la fatica ma per l’emozione. Alcune persone del pubblico si sono sporte dagli spalti e mi hanno abbracciato, chiedendomi se stavo bene.

Stavo bene. Stavo benissimo! Avevo realizzato il sogno coltivato da tanto tempo, avevo coronato un impegno di centinaia di ore di allenamento con una gara perfetta.

Medaglia al collo, copertina termica, un paio di bicchieri di sali e la classica foto davanti al cartellone: una faccia stravolta ma un sorriso incontenibile.

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Il tempo di entrare nell’Arena per cambiarmi e mangiare qualcosa, e subito il pensiero va ai compagni di avventura che alcuni minuti dopo sono arrivati al traguardo. Ognuno col proprio passo, ma tutti finisher sorridenti.

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Mentre riposavo sulle sdraio accanto all’area dell’arrivo, ho pensato che questo non è solo un successo personale: se le gambe in gara sono state le mie, il cuore è anche di chi mi ha permesso di vivere questa avventura, fin dal giorno in cui è nata l’idea, e ogni singolo giorno di allenamento.

Grazie Elena, per la tua sensibilità di capire che lo sport arricchisce la vita; grazie Chiara, per l’entusiasmo con cui hai seguito le gare del tuo papà; grazie Gabri per la tua competenza, professionalità ma soprattutto umanità e per la tua preziosa amicizia. Grazie Pro Patria per aver accolto un ultraquarantenne semi-sedentario e averlo trasformato in un (quasi) atleta. Grazie ai tantissimi amici che condividono l’amore per il triathlon.

 

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Otto mesi fa ho accettato una sfida con me stesso: la sfida di alzare l’asticella, di riuscire a fare qualcosa che non ero ancora in grado di fare.

Negli ultimi km di corsa, quando la stanchezza ha iniziato a riempire la mia mente ed era difficile pensare ad altro, mi sono concentrato sull’immagine del traguardo: quel semplice arco colorato rappresentava per me non solo la conclusione dei 113 km di questa gara, ma il punto di arrivo di un percorso cominciato otto mesi fa e lungo 2500 km, fatto di sudore e di dolore ai muscoli, di sveglie prima dell’alba e di telefonate al coach; il coronamento del duro lavoro, dei sacrifici e della determinazione a non mollare mai.

Così, quando sono entrato nell’Arena, e l’arco del traguardo sì è materializzato davanti ai miei occhi, mentre percorrevo il tappeto davanti al pubblico… ecco che tutti i duri allenamenti e i chilometri percorsi in questi mesi hanno avuto un senso: tutto per questo momento che si stava per realizzare.

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